Gay & Bisex
Carico proibito 8
18.10.2026 |
1.288 |
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"Guardò la scena per un secondo e chiese, in un italiano stentato:
«C’è posto per me?»
Mauro lo fissò..."
Mauro restò a cavalcioni di Paolo per lunghi secondi, il respiro corto, il corpo ancora percorso da piccoli brividi. Il cazzo dello zio stava pian piano ammorbidendosi dentro di lui, ma restava abbastanza grosso da fargli sentire ogni minimo movimento. Fuori, il gruppetto di camionisti non si era sciolto. Qualcuno aveva spento la sigaretta, qualcun altro si era già rimesso a posto, ma due o tre continuavano a guardare, le mani ancora sui pantaloni.
Paolo gli accarezzò la schiena sudata con una mano pesante.
«Scendi piano.»
Mauro obbedì. Quando il cazzo uscì del tutto, un filo di sborra gli colò lungo la coscia interna e gli gocciolò sul sedile. Si lasciò cadere di fianco, le gambe molli, il petto che saliva e scendeva in fretta. Paolo si alzò, si asciugò alla meglio con un pezzo di carta e andò ad aprire lo sportello lato guida.
Uno dei camionisti, un uomo massiccio con la barba grigia, si avvicinò di un passo.
«Lo fai scendere o no?», chiese in un italiano grezzo.
Paolo lo guardò con calma, ancora a torso nudo, i peli del petto lucidi di sudore.
«Stasera no. È stanco. Domani, forse.»
L’uomo borbottò qualcosa in tedesco, ma senza insistere. Il gruppo si sciolse piano, qualcuno ridacchiando, qualcuno ancora con lo sguardo fisso sul culo di Mauro che restava esposto.
Paolo chiuse lo sportello, alzò i finestrini a metà e si sdraiò di nuovo sulla cuccetta. Tirò Mauro contro di sé.
«Dormi. Domani scarichiamo di nuovo e poi andiamo più a nord.»
Mauro annuì, ancora un po’ intontito. Si sistemò con la schiena contro il petto peloso dello zio. Paolo gli posò una mano sul ventre, le dita che ogni tanto scendevano a sfiorargli il cazzo ancora sensibile. Non lo stimolò. Solo lo tenne così, caldo e possessivo, finché entrambi non si addormentarono.
Il mattino dopo si svegliarono tardi. Il sole era già alto. Paolo scese a prendere due caffè e due panini. Quando tornò, trovò Mauro già vestito, seduto sul sedile del passeggero, lo sguardo un po’ perso.
«Hai dormito?», chiese lo zio.
«Sì… un po’.»
Paolo gli passò il caffè e si sedette.
«Ieri sera ti sei fatto guardare di nuovo. Ti è piaciuto?»
Mauro abbassò gli occhi. Le guance gli si colorarono.
«Sì. Mi… mi eccita quando mi guardano. E quando tu non li fai toccare.»
Paolo sorrise sotto la barba.
«Allora stasera ne troviamo una più piena. Vediamo quanti ne facciamo avvicinare.»
Avviò il motore. Il camion uscì dalla piazzola e riprese l’autostrada austriaca verso nord.
Durante il viaggio Paolo fu più loquace del solito. Gli raccontò di alcuni posti che conosceva, di piazzole dove di notte si formavano piccoli giri, di camionisti che si conoscevano di vista e si scambiavano favori. Mauro ascoltava in silenzio, le cosce strette, il cazzo che ogni tanto si risvegliava solo a sentire quelle storie.
Verso mezzogiorno si fermarono in un’area di servizio più grande per fare rifornimento e mangiare. Mentre Paolo pagava il gasolio, Mauro andò in bagno. Questa volta era vuoto. Si guardò allo specchio: i capelli biondi un po’ spettinati, gli occhi ancora un po’ stanchi, un piccolo segno rosso sul collo lasciato dalla barba dello zio.
Quando tornò al camion, Paolo lo stava già aspettando.
«Sali. Tra poco arriviamo al secondo deposito. Oggi scarichiamo e carichiamo di nuovo. Poi si va avanti.»
Mauro salì. Mentre allacciava la cintura, Paolo gli posò una mano sulla coscia e strinse.
«Stasera ti voglio di nuovo a pecora con la faccia fuori dal finestrino. E stavolta, se qualcuno si avvicina… vediamo.»
Il camion ripartì. Mauro restò in silenzio, il cuore che batteva un po’ più forte, mentre l’autostrada si snodava davanti a loro verso il prossimo carico e verso la notte che avrebbe portato chissà quanti sguardi.
Lo scarico al secondo deposito fu più lungo del previsto. Paolo lavorava con due operai, alzando e spostando bancali, mentre Mauro restava vicino al camion, ogni tanto aiutava a tenere ferma una rampa o a passare un cinghia. Il sole del pomeriggio batteva forte. Quando finalmente chiusero il cassone, Paolo si asciugò la fronte con il dorso della mano e fece cenno al nipote.
«Si va. Stasera piazzola grande.»
Arrivarono quasi all’imbrunire. L’area di sosta era piena: file di camion, luci, odore di gasolio e cibo. Cenarono in piedi al bar, panini e birra, senza parlare molto. Poi andarono alle docce.
Il locale era umido, pieno di vapore e di voci basse. Paolo scelse un box in fondo e fece entrare Mauro con sé. L’acqua calda cominciò a scorrere. Lo zio lo lavò con calma, le mani grosse che passavano sul petto, sulla schiena, sul culo. Poi, senza smettere di insaponarlo, gli infilò due dita dentro. Mauro sussultò e gemette. Paolo continuò, aprendo, piegando le dita, cercando quel punto che faceva tremare le cosce del nipote. Mauro non riusciva a trattenersi: i gemiti uscivano sempre più forti, il cazzo già duro e gocciolante.
Una testa apparve sopra il divisore. Uomo sulla trentina, peloso, spalle larghe, asciugamano annodato in vita. Guardò la scena per un secondo e chiese, in un italiano stentato:
«C’è posto per me?»
Mauro lo fissò. Poi girò gli occhi verso Paolo con un’aria quasi supplichevole. Lo zio fece un piccolo cenno con la testa.
L’uomo entrò. L’asciugamano cadde. Aveva un cazzo già duro, scuro, spesso. Ora Mauro aveva quattro mani su di sé e due cazzoni dritti pronti. Senza dire niente li prese uno per mano, li toccò, li fece vibrare sotto le dita. Poi si chinò e cominciò a spompinarli, un po’ l’uno e un po’ l’altro, alternando, usando la lingua come aveva imparato.
Paolo lo girò. Gli mise il culo verso l’uomo. Quello non esitò: si sputò in mano, si bagnò e spinse dentro. Mauro gemette forte, ma Paolo gli chiuse la bocca con la lingua, baciandolo a fondo mentre continuava a stimolarlo con le dita sul petto e sul cazzo. Con l’altra mano scese più in basso, toccò la base del cazzo che entrava e usciva dal culo di Mauro, ne strofinò la mucosa, provò anche a infilare un dito accanto.
Mauro non resistette. Venne a ondate sulle cosce pelose dello zio, senza che nessuno gli toccasse il cazzo. Le contrazioni lo strinsero. L’uomo accelerò i colpi, ansimò e si scaricò dentro di lui. Restò fermo qualche secondo, affannato, poi gli morse la spalla, uscì. Un grumo denso di sborra si spiaccicò a terra tra l’acqua che scorreva. L’uomo raccolse l’asciugamano, sorrise e uscì senza dire altro.
Paolo era eccitato come una bestia. Il cazzo gli batteva duro contro la pancia. Finì di lavare Mauro in fretta, si asciugarono alla meno peggio e si vestirono. Anche sotto i pantaloni l’erezione di Paolo restava evidente, enorme.
Mauro la notò. Allungò una mano e la toccò sopra la stoffa. Paolo gli bloccò il polso.
«Non qui. Ho altro in mente.» La voce era bassa, roca. «Mi piace vederti usato.»
Fuori era già buio. Si avvicinarono al camion. Paolo non salì. Tirò Mauro in un angolo, tra la cabina e il cassone, gli calò i pantaloncini fino a metà coscia e lo fece mettere in ginocchio sull’asfalto.
«Succhialo.»
Mauro aprì la bocca. Il cazzo dello zio gli riempì la gola. Paolo teneva una mano sulla sua testa e guardava intorno. Camionisti salivano e scendevano dalle loro cabine. Qualcuno li notò. Un uomo si fermò, già con il cazzo in mano e una sigaretta nell’altra. Poi un secondo. Poi un terzo.
Paolo li guardò un momento. Poi si scostò di lato, tirò fuori il cazzo dalla bocca di Mauro e fece un piccolo gesto con la testa, lasciando il posto.
Il primo si avvicinò. Mauro alzò gli occhi. Vedeva le scarpe, i jeans aperti, i cazzi già duri che aspettavano. Paolo restava lì, di fianco, una mano che gli accarezzava i capelli biondi, l’altra che gli teneva il collo.
«Apri bene», mormorò. «Stasera ne prendi quanti ne vuoi.»
Il primo cazzo gli entrò in bocca. Poi il secondo si avvicinò al suo viso. Fuori, nella piazzola buia, le voci e i passi continuavano. Mauro era in ginocchio, le ginocchia sull’asfalto freddo, la bocca piena, e lo zio che lo guardava con gli occhi scuri, soddisfatto, mentre gli passava gli uomini uno dopo l’altro.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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